Weber, l’etica e il capitalismo

Ai primi del Novecento, esattamente tra il 1904 e il 1905, Max Weber scriveva “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo“, un importante testo che, in maniera quasi scientifica, affrontava il tema spinoso dei rapporti tra economia e religione.

Era un periodo in cui il capitalismo si affacciava sulla scena mondiale, eppure questo sociologo ante litteram sviluppò al riguardo delle rigorose e originali tesi ancora oggi molto discusse e citate, degne senz’altro di lettura critica.
Innanzitutto, attenzione al titolo: Weber non parla di capitalismo ma di “spirito del capitalismo”. La sua analisi cioè va oltre il concetto di “sistema economico capitalistico” e analizza il capitalismo quasi nella sua accezione psico-sociologica di atteggiamento verso i meccanismi di produzione, scambio e consumo.
Per spiegare ciò, ricorre a un brano di Benjamin Franklin per cui il tempo e il “credito” ovvero la fiducia sono messe in rapporto diretto con il valore del denaro.
Il denaro, la ricchezza, l’aspirazione al guadagno, per questo eclettico americano che incarna l’ideale del self made man (non a caso gli Stati Uniti rappresentano l’esempio più evidente di questo spirito anche oggi), non servono soltanto a soddisfare alcuni bisogni ma sono componenti essenziali, fine ultimo della propria vita, tendente costantemente al miglioramento delle proprie condizioni materiali.
Il tempo dedicato al proprio lavoro, il pagamento dei propri debiti, l’affidabilità sottesa alla concessione di un credito monetario diventano concetti etici, indipendenti dal sistema economico.
La sete di lucro, l’aspirazione al guadagno, l’abilità degli affari che rappresentano lo spirito del capitalismo precedono il capitalismo stesso e si ritrovano in tutte le professioni umane, dal cameriere all’artista, dall’imprenditore al mendicante.
“Ciò che cambia con il capitalismo è che la ricerca del profitto e dell’accumulazione non sono più speculazione e avventura, ma disciplina e scienza. È l’incontro della ricerca del profitto con l’organizzazione razionale finalizzata non al breve termine, ma alla perpetuazione dell’accumulazione” (Taino Danilo, Corriere della Sera del 24/11/2010).
Weber si chiese quale atteggiamento fosse favorevole  a questo spirito e concluse che il movimento religioso che presentava più degli altri una spinta propulsiva alla sua diffusione era il protestantesimo o meglio il calvinismo (che conosceva bene in quanto era figlio di una calvinista moderata).
Il concetto di grazia o meglio di grazia concessa agli eletti predestinati e dipendente dalla volontà divina cambia completamente i rapporti all’interno del cristianesimo e determinerà la divisione tra protestanti e cattolici, da Lutero in poi.
La stessa critica di quest’ultimo, riassunta nelle 95 tesi pubblicate esattamente 495 anni fa, il 31 ottobre del 1517, sul portone della Chiesa di Wittenberg, nasceva per un motivo prettamente economico materiale:
“Perché il papa le cui ricchezze oggi sono più opulente di quelle degli opulentissimi Crassi, non costruisce una sola basilica di S. Pietro con i propri soldi invece che con quelli dei poveri fedeli?” (tesi 86).
La protesta contro il pagamento delle indulgenze determinò così la riforma sostanziale di una Chiesa, avida, corrotta, spregiudicata.
Una riforma, anzi la Riforma, che non tardò a evidenziare altre sostanziali cambiamenti, anche culturali.
Se la grazia era già decisa da Dio, quale era il ruolo che rimaneva all’uomo?
La risposta a questa domanda può portare a due diverse e opposte conclusioni:
– l’agire umano nel mondo è indifferente alla salvezza e pertanto fare o non fare qualcosa non produce nessun effetto perché tutto è deciso;
– l’agire umano è un segno inequivocabile della scelta “terminalistica” effettuata da Dio che dà senso alla sua”giustificazione” (cioè alla possibilità della riabilitazione dell’uomo da “peccatore” a “giusto” di fronte a Dio).
La seconda scelta è particolarmente evidente nel calvinismo che intravide una costante tensione nel lavoro inteso come Beruf, un termine tedesco che indica sia professione che vocazione (una sorta di missione degli affari).
Il profitto economico nel calvinismo non solo è ammesso ma apprezzato, tanto che:
“Se Dio vi indica una via dove voi, senza pregiudizio per la vostra anima o per altri, potete guadagnare di più che seguendo un’altra strada, e se voi la rifiutate e seguite un cammino che apporta un guadagno minore, allora voi contrastate uno degli scopi della vostra chiamata, voi rifiutate di essere amministratori di Dio”.
Questa necessità della comprova della fede nella vita professionale mondana è definita da Weber ascesi intramondana ed è considerata come elemento distintivo del calvinismo, rispetto agli altri movimenti protestanti, al pietismo (Spener, Francke, Zinzerdorf) e al metodismo (Wesley), dove la razionalizzazione di questo processo o è inesistente o contiene meno forza propulsiva.

Questa tesi di Weber è stata discussa a lungo, a volte ritenendola palesemente errata (ci sono esempi di nazioni non calviniste in cui la propensione allo spirito capitalistico è molto forte, vedi Cina o India), altre volte, più recentemente, cercando conferma nell’attuale crisi di alcuni paesi europei di una differenziazione religiosa (alcuni paesi cattolici  sono stati irrispettosamente definiti “Piigs”, da Pig cioè maiale in inglese, acronimo di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna).
Sembra anche che ci siano differenze significative tra paesi cattolici e protestante per quanto riguarda il trattamento del cittadino nei pubblici uffici amministrativi, gli stipendi dei politici, la diffusione del welfare.
In più si ancora oggi si fa distinzione tra il rigore dei protestanti del Nord europeo e il lassismo cattolico del Sud.

Precisiamo che Weber non ha mai voluto scorgere rapporti di causa-effetto tra economia e religione, anzi più volte ha ribadito chiaramente che sarebbe una tesi “follemente dottrinaria”:
“non è lecito sostituire a un’interpretazione causale della civiltà e della storia unilateralmente materialistica con un’interpretazione spiritualistica altrettanto unilaterale. Entrambe sono ugualmente possibili, ma né l’una né l’altra giovano alla verità storica, se pretendono di non essere un semplice lavoro preparatorio, ma la stessa conclusione della ricerca”.
Riconosce piuttosto un reciproco condizionamento tra atteggiamenti religiosi calvinisti e atteggiamenti economici.
Tuttavia ritengo che anche in questa sorta di ethos weberiano ci sia un errore di fondo.
Il calvinismo con il suo “stile ascetico dell’esistenza” in realtà ha avuto solo il merito di affrancare, involontariamente, l’agire dell’uomo da vincoli etici religiosi, anticipando o meglio accelerando la secolarizzazione della società.
Detto in altre parole, l’uomo calvinista o più genericamente protestante ha un atteggiamento verso l’agire economico che casualmente era predisposto allo spirito capitalista che è e rimane nella sostanza assolutamente laico.
Più esso si libera da legami religiosi o etici più si esprime nella sua rude legge di scambio utilitaristico.
Ecco perché i meccanismi di sviluppo e di crisi sono dinamicamente ciclici, come ci fa notare Schumpeter ed ecco perché all’interno di quei “maiali” che non riescono economicamente a volare (Why pigs can’t fly è un titolo di un famoso articolo di Newsweek) c’è anche un paese a maggioranza ortodossa cioè la Grecia.
Questo ethos proprio del capitalismo, scevro da elementi religiosi, ma rivolto semplicemente all’arricchimento contiene un elemento di criticità notevoli.
Un economista italiano, Marco Vitale, nota come “affermare che la regola morale fondamentale dell’impresa è di produrre profitti è, più che un’insensatezza sotto un profilo etico, un errore sotto un profilo manageriale”.
Come notava Hebert Simon (e assieme a lui il psicologo Kahneman) i processi decisionali degli individui sono spesso a “razionalità limitata” o addirittura irrazionali, mentre le teorie economiche classiche concepiscono i comportamenti umani come finalizzati alla massimizzazione dell’utilità e quindi perfettamente (e assurdamente) razionali.
Se non si comprende che l’economia, come diceva Polanyi, è embedded ossia perfettamente integrata nella società, si potrà raggiungere qualche risultato positivo in senso economico qua e là, storicamente e geograficamente, ma nel complesso non raggiungerà nemmeno quell’efficienza che richiede il mercato, si dimenticherà dell’individuo come essere complesso e correrà il rischio di imprigionarlo in quella “gabbia d’acciaio” di cui Weber ci parla nell’ultima parte del suo capolavoro.

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2 risposte a Weber, l’etica e il capitalismo

  1. Daniele Baron ha detto:

    Lettura molto interessante, complimenti Giuseppe per la tua trattazione di quest’opera fondamentale.
    Concordo anche con la critica che muovi a Weber a proposito della sua tesi di fondo, poiché in effetti lo spirito capitalista è laico ed utilitaristico ed è collegabile più alla secolarizzazione: il calvinismo ha avuto il merito di affrancare l’uomo a livello culturale da vincoli religiosi.
    O meglio la tesi di Weber appare certamente valida nell’analisi storica del fenomeno dello spirito del capitalismo per quanto concerne la sua nascita se viene considerata all’interno di una pluralità di fattori, ma perde di efficacia se scivola in un dogmatismo, se viene assunta in una spiegazione meccanicistica. Cosa che accade, come giustamente osservi, qualora si tenti di spiegare fenomeni di crisi, come quello attuale, ricorrendo a tale formula.
    Buona serata

  2. Giuseppe Savarino ha detto:

    Grazie Daniele per i complimenti e per il tuo commento che coglie appieno l’essenza della tesi che sostengo nell’articolo.
    Il contributo di Weber è ancora oggi fondamentale per comprendere certi meccanismi, ma va considerato all’interno di una pluralità di cause, come è normalmente richiesto dai fenomeni di natura complessa, quali sono quelli che coinvolgono l’uomo e il suo agire.
    In questo senso, consiglio la lettura di Edgar Morin.
    Buona serata anche a te.

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