I tormenti di René Chateaubriand

Rene_ChateaubriandFrancois René, visconte di Chateaubriand, fu scrittore versatile, aristocratico, giornalista, seduttore mondano, avventuriero, politico, militare, perfino dandy, per Baudelaire.

Descrive egli stesso il suo carattere come quello di un nevrotico:
“Ero di temperamento impetuoso, di carattere mutevole. Di volta in volta irruente e allegro, silenzioso e triste” (René, Chateaubriand, Marsilio, 2001, pag. 75).

René, romanzo tanto autobiografico da riprendere nel titolo il suo stesso nome, inizialmente era all’interno del libro “Genio del cristianesimo”, ma poi come anche per un’altra parte, Atala, divenne un romanzo separato a grande richiesta dei lettori.
Coerentemente con questo carattere impulsivo e appassionato, Chateaubriand, nei successivi Mémories d’outre-tombe, rinnegherà René e di conseguenza anche se stesso:
“Se René non esistesse, non lo scriverei più; se mi fosse possibile distruggerlo, lo distruggerei”.

René è la storia di un giovane europeo che sfugge dalla civiltà, alla ricerca di se stesso, per rifugiarsi nelle foreste americane, presso i Natchez.
Qui lo accolgono due anziani, Chactas e Padre Souel che si possono considerare l’autorità politica e l’autorità religiosa.
Il romanzo inizia con la sollecitazione di due anziani, ad abbandonare l’ostinata reticenza del protagonista e indurlo a raccontare la storia della sua vita.
L’arrivo di una lettera, che annuncia la morte della sorella, convince finalmente lo sconvolto René.

In realtà, René non ha molti episodi da raccontare, e lo fa secondo un ordine cronologico, a partire dalla sua nascita travagliata, che comportò la contemporanea morte della madre (di fronte al mare burrascoso della Bretagna).
René indugia sulla storia e ci sono diverse digressioni sulla vanità, sulla morte, sull’eternità.
L’infanzia e l’adolescenza sono descritti, non a caso, con verbi di movimento: camminare, salire, inseguire, ecc., quasi a indicare un rapporto più fisico con la realtà e meno tormentato, il periodo più felice e sereno della sua vita.
Dopo la morte del padre, René decide di viaggiare e scoprire il mondo, ma non riesce a calmare la propria inquietudine e il proprio “mal di vivere”.
Durante il viaggio in Italia e in Grecia (“gli Europei, in perenne agitazione, sono costretti a costruirsi eremi. Più il nostro cuore è in tumulto e palpitante, più la calma e il silenzio ci attirano”, pag.81) riflette sul tempo che passa:
“il passato e il presente sono due statue incomplete: una è stata strappata tutta mutilata dalle macerie dei tempi passati; l’altra non ha ancora ricevuto la sua perfezione dall’avvenire”.

Anche i paesaggi riflettono il suo stato d’animo:
“I paesaggi marini, in particolare le tempeste, o quelli del deserto che non hanno frontiere, confini definiti, esorcizzano con la loro dismisura il senso claustrofobico del limite”.
“Mi precipito sulla riva totalmente deserta, e dove non si sentiva che il ruggito dei marosi. Mi siedo sulla roccia. Da una lato si distendono le onde scintillanti, dall’altro i muri scuri del monastero si perdono confusamente nel cielo” (pag. 131)
Così come alla fine si fa riferimento alla “roccia dove andava a sedersi al tramonto” (pag. 137), secondo quella che sarebbe diventata l’iconografia del contemplatore solitario, quale raffigurato dai famosi quadri di Caspar David Friedrich (Monaco in riva al mare, Paesaggio montano con arcobaleno, Il viaggiatore sul mare di nuvole).

Centrale e ambiguo è il rapporto con la sorella Amélie-Lucille (non a caso si autodefinisce nel racconto come “il fratello di Amélie” e non come il nome proprio) che alla fine prenderà i voti e si rinchiuderà in monastero.
Su Amélie riverserà e orienterà tutte le sue passioni (“era quasi una madre, più tenera”), sfiorando il sospetto dell’incesto, pur casto, che causerà un forte senso di colpa, fino all’espiazione finale della cerimonia dei voti:
“Chi a volte non si trova schiacciato sotto il fardello della propria corruzione, e incapace di far qualcosa di grande, di nobile, di giusto?”(pag.95)

Il discorso-sermone di padre Souel, alla fine del racconto di René, è essenziale per tutta la struttura teorico-morale dell’opera:
“Vedo un giovane infatuato di chimere, per il quale tutto è sgradevole, e che si è sottratto agli impegni della società per abbandonarsi a inutili fantasticherie […] Che fate solo in fondo alle foreste in cui consumate i vostri giorni, trascurando tutti i doveri? […] Giovane presuntuoso, avete creduto che l’uomo possa bastare a se stesso! La solitudine nuoce a chi non la vive con Dio (rif. all’Ecclesiaste, iv, 10) […] Chiunque abbia ricevuto delle risorse deve sfruttarle al servizio dei suoi simili” (pag. 133-135).
L’impegno civile e sociale è visto quindi come una soluzione.
E non è un caso che nella prefazione del 1805 a René e all’Atala, viene citato un estratto del Génie du Christianisme, in particolare quello dell’indeterminatezza delle passioni:
“Rimane da parlare di uno stato d’animo che, ci sembra, non è stato ancora ben osservato: è quello che precede lo sviluppo delle grandi passioni, quanto tutte le facoltà, giovani, attive, intatte, ma trattenute, non si sono esercitate che su se stesse, senza fine e senza oggetto […] L’immaginazione è ricca, fertile e meravigliosa, l’esistenza povera, arida e disincantata. Si abita, con un cuore pieno, un mondo vuoto; e senza aver provato nulla, si è disillusi di tutto” (pag.59-61).

E’ lo stato d’animo di una generazione di giovani disimpegnati e inquieti, che si trovano in una situazione di stallo, senza scopo, con desideri destinati a restar tali, con grande senso di inadeguatezza.
L’assunto teorico sotteso è quello che l’unica consolazione è quella della religione, che consola e guarisce.
In René si verifica quel conflitto che Pascal aveva intuito esserci tra esprit e raison, tra principio intellettuale del pensiero e facoltà cognitiva di discernimento tra bene e male, vero e falso, che comporta una sproporzionata differenza tra un elevato e ambizioso ideale e un mondo reale povero, angusto che non permette a quelle potenzialità dichiarate di esprimersi.
La religione per Chateaubriand  con i suoi “balsami lenitivi” dovrebbe sostituirsi alla filosofia, quando l’anima è stanca della vita (rif. primo versetto libro di Giobbe).

Come se dal movimento fluttuante delle sue passioni interne, del suo tormentoso animo non nascesse nulla e come se cercasse rifugio nella malinconia ostentata (diceva Sainte-Beuve che “se c’è una felicità nell’essere tristi, è quando quel malato sia contento di esserlo”) e la seguente frase lo conferma appieno:
“Trovai persino una sorta di soddisfazione inattesa nella pienezza del mio affanno, e mi accorsi, con un segreto moto di gioia, che il dolore non è una affezione estinguibile come il piacere” (pag. 125)

Il tema della malinconia è associato a quello della solitudine, alla scelta volontaria di isolarsi dal mondo (peccato di orgoglio) e l’immagine del deserto affiora prepotente:

Considerato dovunque un sognatore sentimentale, mi vergognavo della parte che recitavo e, disgustato sempre di più delle cose e degli uomini, presi la decisione di ritirarmi in periferia per vivere totalmente ignorato. All’inizio provai sufficiente piacere in quella vita oscura e indipendente. Sconosciuto, mi mescolavo alla folla: vasto deserto di uomini”.(pag.93)

Stendhal ammetteva di detestare il tono enfatico e ampolloso di Chateaubriand, quel suo essere “poeta in prosa”, quell’uso frequente di esclamativi, interrogativi, interiezioni, perifrasi.
Oggi il suo linguaggio sembra datato e distante, sebbene lo stile si articola in vari registri, da quello del narratore a quello del commentatore, a quello epistolario.

Rimane un personaggio ancora da decifrare, anticipatore del romanticismo, come ormai molti, se non tutti, gli studiosi gli riconoscono, con intuizioni fulminanti, alternanze di passioni e delusioni, furiosi tormenti.
René è la personificazione della fatica di vivere, dell’infelicità, dello spirito malato.
La solitudine di Chateaubriand contiene, romanticamente, quel senso di provvisorietà tipico dell’umano cammino:
“Che cosa è dunque l’uomo, la memoria del quale scompare così presto? Una parte degli amici ha appena saputo della sua morte, e l’altra se n’è già consolata!” (pag. 113).
Senza rassegnazione e senza consolazione.
Con la lucida consapevolezza che: “se soffri più di un altro delle cose della vita, non te ne stupire; una grande anima deve contenere più dolore di una piccola”(pag.91).

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