George Simmel e le interazioni sociali

SimmelSebbene George Simmel possa essere considerato, a pieno titolo, fondatore della sociologia come disciplina indipendente, alcuni studiosi hanno messo in dubbio che sia veramente un sociologo (a differenza di altri, per esempio Durkheim o Weber).
Del resto lui stesso si ritenne più filosofo che sociologo o meglio rifuggì semplicistiche categorizzazioni, tanto da sentenziare:
So che morirò senza eredi spirituali (e va bene così). La mia eredità assomiglia a denaro in contanti, che viene diviso tra molti eredi, di cui ognuno investe la sua parte in modo conforme alla sua natura, senza interessarsi della sua origine”.
Una questione in verità pleonastica, inutilmente sofisticata.
Sicuramente gli fu ostile un certo mondo accademico (ottenne un incarico universitario a pieno titolo solo in età avanzata), sia a causa di alcuni dubbi sulla scientificità di certe sue idee sia per l’invidia del suo successo come insegnante e forse anche a causa del suo essere ebreo.
Altrettanto sicuramente Simmel possedeva una grande capacità associativa, una indubbia capacità “di distinguere il simile dal dissimile” (W. Benjanim), “il dono di vedere la connessione e l’unificazione soggettiva di fenomeni arbitrari” (S. Kracauer).

Simmel si può considerare il primo grande studioso della modernità nel senso dato originariamente da Baudelaire: l’artista della modernità è il pittore dell’attimo che fugge, quindi dell’effimero, del contingente.

David Frisby (di cui consiglio la lettura di “George Simmel”, Edizioni Il Mulino, Bologna, 1985), lo definì “impressionista” perché, come questo movimento artistico (rappresentato da Monet in particolare), pose l’accento sul fluire e sul processo (emozionale) piuttosto che sul risultato.
D.N. Levine sostenne addirittura che Max Weber fu influenzato dalle idee di Simmel nello scrivere la sua opera principale “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, di cui ci siamo occupati in un precedente articolo.
Al di là di queste rivendicazioni più o meno valide sull’originalità del pensiero, per Simmel, la sociologia avrebbe dovuto avere come oggetto “le motivazioni dell’anima, i sentimenti, i pensieri, i bisogni” (da Soziologie, pag. 17): una “sociologia delle emozioni”, come l’ha definita B. Nedelmann.

Il concetto cardine del suo pensiero è l’“interazione”, la “Wechselwirkung” o “azione reciproca”.

La società, specificatamente, è caratterizzata dall’incessante interazione dei suoi elementi individuali; i rapporti sociali la definiscono e la in-formano in una “nuova entità”, non derivante semplicemente dalla somma delle parti ovvero degli individui:
se la società deve costituire l’oggetto autonomo di una scienza indipendente, può esserlo solo sulla base del fatto che, dalla somma di elementi individuali che la costituiscono, emerge una nuova entità: altrimenti tutti i problemi della scienza sociale non sarebbero che quelli della psicologia individuale”.

L’interazione sociale si manifesta in mille modi diversi (anche attraverso un semplice scambio di sguardi) ma si consolida nel tempo come “sociazione”, ovvero si “oggettivizza”, si fissa in formazioni sociali stabili, dotate di propria autonomia.
Come è possibile la società, si chiedeva incisivamente Simmel?
La specie umana avrebbe potuto scegliere di essere asociale, così come esistono specie animali asociali accanto a quelle sociali”.
Perché quindi ha scelto la sociazione?
La visione di Simmel in questo senso è simile a quella epistemologica di Kant.
Esistono delle “condizioni aprioristiche alle quali la società è possibile” e ne individua tre: la mediazione sociale delle azioni (le azioni sono sempre azioni sociali), l’individualità (l’individuo non è solo un “groviglio di ruoli” ma esiste anche come essere non socializzato) e infine la struttura sociale (la vita sociale si svolge “come se ogni elemento fosse già predisposto per la posizione che occupa in essa”).

La società esiste in quanto esistono le interazioni e in quanto queste interazioni formano un’unità temporale o permanente: si costituisce in una determinata forma ed esiste proprio perché ha tale forma.
La sociologia è così una scienza “formale” cioè dovrebbe descrivere le forme che le relazioni reciproche (le interazioni) assumono in tempi e luoghi differenti, attraverso la formazione di raggruppamenti o cerchie sociali o associazioni.
La caratteristica del mondo moderno per Simmel è l’aumento di questi gruppi e quindi le innumerevoli intersecazioni in cui un individuo può venirsi a trovare.
Il luogo “ideale” in cui si manifestano o meglio si amplificano queste ramificazioni relazionali (provocando come effetto collaterale un’eccitabilità delle attività nervose e la monetarizzazione del tempo) è naturalmente il luogo dove per definizione ci sono grandi concentrazioni di individui ovvero le grandi città – le metropoli – alle quali Simmel dedicò lo scritto “La metropoli e la vita dello spirito”, anticipando tematiche oggi ormai abusate o addirittura ritenute scontate.
L’ampliarsi del gruppo coincide per Simmel con lo sviluppo dell’individualità, anche se la differenziazione degli individui è a sua volta necessaria per lo sviluppo del gruppo stesso:
l’essere umano non è mai solamente un’entità collettiva più di quanto sia un’entità solamente individuale”.

Più il gruppo è ampio più l’individuo è in grado di esprimere se stesso; più è ristretto meno saranno le occasioni per l’individuo di differenziarsi.
“La differenziazione sociale” sarà anche il titolo di una sua opera pubblicata nel 1890, citata brevemente da Durkheim, ma solo per evidenziare la “differenziazione” di Simmel non era da collegare come descritto nell’opera “La divisione sociale”, alla “divisione del lavoro”, ma era un “procedimento di individuazione in generale”.
Un punto di vista, quello di Simmel, quasi diametralmente opposto, anche nel metodo, visto che Durkheim considerava i “fatti sociali come cose” e la società dotata di esistenza propria, “indipendente dalle sue manifestazioni individuali”.
Una visione che probabilmente sarà una concausa del suo essere ai margini del mondo accademico; tesi che possiamo sostenere anche in considerazione dell’inquietante oblio, seguito appunto alla polemica con Durkheim, di un altro più che valido pensatore, Gabriel Tarde, rimasto poco conosciuto fino alla lodevole attività di riscoperta di Gilles Deleuze (si legga in merito il paragrafo “La prolungata polemica tra Tarde e Durkheim” del libro di Roberta Bisi, “Gabriel Tarde e la questione criminale”, Franco Angeli, Milano, 2001).
Diverso sarà il suo approccio anche da quello di Ferdinand Tonnies, pur essendo alcune delle sue analisi contigue alla distinzione tra “comunità” e “società” (ricordo che molti importanti sociologi furono suoi contemporanei: Tonnies, Durkheim, Werner, Weber, Sombart, tutti membri della Società tedesca di Sociologia).
Altrettanta significativa convergenza e contiguità la ritroviamo con uno psicologo sociale, George Herbert Mead, in particolare sulla visione del rapporto tra la collettività e l’individuazione dei suoi membri.
“La differenziazione sociale” anticipò di fatto alcune tematiche poi sviluppate in un’altra opera apparsa nel 1900, forse la più conosciuta, certamente la più “disperatamente sistematica”: la “Filosofia del denaro”.

A dispetto del riferimento al denaro, Simmel non intendeva effettuare, come precisò più volte, un’analisi di tipo economico, essendo il denaro più che altro “un mezzo, un materiale, un esempio per la presentazione delle relazioni che esistono tra i fenomeni più superficiali” quali quelli riguardanti gli affari economici “e “le correnti più profonde della vita individuale e della storia”.
Per Simmel non è solo l’economia a essere fondata sullo scambio ma lo scambio è l’esempio più evidente dell’interazione umana, anzi è “una delle forme più pure e primitive di sociazione umana”.
Se cessa ogni interazione, cessa la società e pertanto cessano anche gli scambi che la determinano.
La funzione dello scambio “si cristallizza nella forma del denaro come struttura indipendente”.

Il denaro ha il vantaggio dell’immediatezza e della mediazione simbolica: crea un forte legame tra i membri di una stessa cerchia economica; proprio perché non può essere utilizzato immediatamente, rimanda ad altri individui, dai quali si possono ottenere in cambio beni di consumo”.
Rendendo possibile gli scambi, lega ineluttabilmente gli uomini gli uni agli altri.

Simmel concepisce, in maniera ancora più che attuale, il mondo moderno come “liquido”, un concetto poi approfondito da Zygmunt Bauman:

Se si volesse racchiudere in una formula il carattere e la grandezza della vita moderna, potrebbe essere questa: i contenuti della conoscenza, del comportamento, della creazione di ideali sono trasferiti dalla loro forma fissa, sostanziale e stabile in una condizione di sviluppo, di movimento e di labilità. Uno sguardo sul destino dei contenuti della vita, che scorrono sotto i nostri occhi mostra in modo univoco questa conformazione: rinunciamo alle verità assolute, che sarebbero contro ogni sviluppo, e diamo credito alla trasformazione continua, all’accrescimento e alla correzione della nostra conoscenza poiché l’accento posto sull’esperienza in ogni ambito non significa altro che questo. Le specie degli organismi non valgono più come eterni pensieri della creazione, ma come punti di passaggio di un’eterna evoluzione. Dall’inanimato fino alle più altre formazioni spirituali si trova la stessa tendenza; la scienza moderna ci insegna a vedere nella materia un infinito vortice di particelle. Degli ideali unitari, fondati nelle epoche precedenti al di là dei cambiamenti e delle contraddizioni delle cose, riconosciamo la loro dipendenza dalle condizioni storiche e l’adattamento ai loro cambiamenti. All’interno dei gruppi sociali vengono sempre più sciolte le strette delimitazioni, la rigidezza dei legami di casta e di corporazione viene infranta, per bene o male che sia, e la persona può circolare nella molteplicità variabile delle condizioni di vita, riflettendo, per così dire, in sé il panta rei delle cose. In questo grande e unitario processo di vita, che pone la cultura spirituale e sociale della modernità in una così decisiva contrapposizione tanto al Medioevo quanto all’Antichità, si inscrive il dominio del denaro, sorreggendo questo processo ed essendone a sua volta sorretto” (G. Simmel, “Denaro e vita”, Mimesis, pag.75).

Nella vita moderna, caratterizzata dallo scorrere continuo e imperturbabile dei fenomeni, ruota inarrestabile, un perpetuum mobile, il denaro è come un “polo stabile”, un “ponte verso valori definitivi” ma, avverte Simmel, “su di un ponte non si può dimorare”.
L’atteggiamento di Simmel è tuttavia critico verso questo mezzo essenziale alla formazione della società: il denaro è volgare, dice, perché “ciò che è uguale a molto, è uguale anche a ciò che è più basso tra le cose e trascina così anche ciò che è più alto al livello più basso” e perché favorisce atteggiamenti blasé (di indifferenza) nelle classi benestanti.
La diffusione del denaro a livello etico non corrisponde “a nessun accresciuto livello di coscienza interno”, anzi conduce “a un certo lassismo e sconsideratezza nelle azioni”.
Il ruolo del denaro nei rapporti umani è ambiguo perché “rende possibile i rapporti tra le persone, ma le lascia personalmente indisturbate; è la misura esatta delle conquiste materiali, ma è del tutto inadeguata nei confronti del particolare e del personale”.
Una critica non originale e piuttosto diffusa nel tempo e nello spazio.
Già Virgilio evidenziava la facilità con cui il denaro spingeva verso la cupidigia: “Quod non mortalia pectora coges, auri sacra fames”, cioè “a cosa non spingi i petti mortali, miserabile cupidigia dell’oro”.

Una concezione vicina al materialismo storico marxiano, ma non unidirezionale: Marx riteneva che tutto dipendesse dalle relazioni economiche, ma “lo studio del denaro ci insegna che se è vero che dalla formazione della vita economica nascono profonde conseguenze per la condizione psicologica e culturale del periodo, è anche certo però che questa stessa formazione riceve il suo carattere dalle grandi e unitarie correnti della vita storica, le cui forze e motivi ultimi sono di sicuro un segreto divino”.
Tuttavia, il denaro per Simmel è quasi un male necessario, una modalità di rappresentazione di tutte le relazioni sociali qualitative e quantitative, di cui l’individuo non può fare a meno.
La sua analisi non è rivolta quindi al “consumatore”, inteso come singolo agente economico, ma al mondo intero, alla realtà che non è fatta esclusivamente di economia e che rimane sempre più complessa da scomporre.

Il mondo di Simmel è un mondo concepito come fortemente interdipendente, come complessa rete di influenze reciproche di una molteplicità di elementi.
I “non luoghi” di Marc Augé o la cultura del nuovo capitalismo di Richard Sennett affondano le loro radici in queste considerazioni.

Quando un pensatore affronta diversi argomenti, in un’ottica olistica e non (soltanto) specialistica che tiene conto della complessità del mondo, una lettura critica non è solo consigliata ma obbligata.

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