La saggezza straordinaria dei racconti chassidici

Un-silenzio-straordinario

Gli amici di Critica Letteraria – che hanno la bontà di ospitarmi saltuariamente nel loro attivissimo blog -, a margine della Giornata della Memoria, hanno pubblicato una recensione al libro “Un silenzio straordinario. Racconti chassidici” a cura di Rami Shapiro, Editrice La Giuntina, Firenze, 2005 pp. 235, che ritengo appropriata anche allo spirito di Lettura Critica.

Molti, credo (spero), sanno che la Giornata della Memoria si celebra il 27 gennaio perché in questo giorno del 1945 fu liberato, dall’Armata Sovietica, il famoso campo di concentramento di Auschwitz.

Molte meno persone (credo ma spero di no) sanno invece che ad Auschwitz e in altri campi c’erano delle “sezioni” riservate ai zingari Rom e Sinti.

Anche loro, come gli ebrei, gli omosessuali e i Testimoni di Geova, furono uccisi dai nazisti, in diverse centinaia di migliaia (tanto che nella lingua romaní esiste un termine per indicare lo sterminio, similmente a “Shoah”: “Porrajmos” cioè distruzione, divoramento).

Questo ricordare continuo, con inevitabile riverbero mediatico, a volte suscita un comprensibile senso di inquietudine e fastidio (“Perché parlare solo di questo sterminio? E quello che hanno fatto i sovietici? E quell’altro in Cambogia o in Srebrenica?”, e così domandando…).

Gli ebrei “sono” questa memoria. La loro particolarità e il loro sentirsi diversi è stata ed è la loro forza.

Un modo diverso di parlarne – senza scadere in luoghi comuni o rifiuti aprioristici (e antistorici) dettati appunto da questa invadenza mediatica – è rivolgere lo sguardo al loro importante e sagace contributo intellettuale e, nello specifico, alla cultura chassidica.

http://www.criticaletteraria.org/2013/01/la-saggezza-strardinaria-dei-racconti.html

La saggezza straordinaria dei racconti chassidici

Baal Shem Tov (abbreviato in Besht), fondatore del chassidismo, insegnava che un individuo nasce con un numero stabilito di parole.

Quando sono state tutte pronunciate quell’individuo muore.

Di conseguenza, ogni parola che pronunciamo ci avvicina alla morte e dovremmo chiederci, ogni volta che stiamo per utilizzarla, se vale la pena morire per essa.

Affascinante insegnamento, soprattutto per chi è convinto del potere delle parole e della riverente e conseguente necessità di non sprecarle.

Conosciuto questo particolare, non dovrebbe sorprendere ulteriormente l’icastico titolo di un ottimo libro di racconti chassidici: “Un silenzio straordinario”.

Silenzio che non è inteso soltanto nella sua accezione negativa, mera assenza di parola.

Similarmente al “gancio” da cui pende il “peso”, di cui parla Carlo Michelstaedter nell’incipit de “La persuasione e la rettorica” (Adelphi, Prima Edizione 1982), la cui vita “è questa mancanza della sua vita”, il silenzio “sostiene” la responsabilità della parola, della cui natura fa parte integrante, essenza ontologica del suo esistere, del suo essere silenzio: “Quando esso [il peso ovvero la parola] non mancasse più di niente – ma fosse finito, perfetto: possedesse sé stesso, esso avrebbe finito di vivere”.

Rimanendo in silenzio, si cede tutto il nostro sapere e gli permettiamo di distruggerlo: “Ciò che viene distrutto è ciò che sappiamo; ciò che viene costruito è ciò che non sapevamo”, con la consapevolezza che “il nuovo diventa vecchio e quindi questo sacrificio deve rinnovarsi continuamente”.

Se affermo che la narrazione, come la memoria e l’erranza, sono l’essenza dell’ebraismo, non dico nulla di sconosciuto ai più o di originale, tanto è nell’evidenza dei fatti.

Il racconto fa parte della vita quotidiana degli ebrei, presente anche nelle loro celebrazioni o festività (per esempio nel Seder cioè nella cena del Pesach, la Pasqua ebraica, dove si è soliti recitare il racconto dell’Esodo dall’Egitto, la cosiddetta haggadah).

Del resto, una battuta afferma che “se non ha una risposta da dare, l’ebreo ha sempre una storia da raccontare”.

Da raccontare. Senza sprecare nulla.

La parola è (per gli ebrei e non solo) è vita e…“sia essa scritta, sottolineata, parlata, o cantata, una parola ha il potere di sanare o di fare del male” cioè ha un valore morale e salvifico:

“la qualità della nostra conversazione rispecchia la qualità della nostra anima. Un discorso ozioso è un chiacchierare sconsiderato, che suggerisce l’idea di una mente sventata. Se vogliamo migliorare la seconda, dobbiamo migliorare il primo” (pag.57).

Il grande valore dei racconti chassidici risiede nella capacità di sorprendere, di far riflettere, ma anche di far sorridere. A volte contemporaneamente.

Nel e dal sorriso si dipanano le più profonde riflessioni, se non una pura saggezza.

Quale saggezza? Quella che dipende da noi o quella che è un dono della grazia?

“Rabbi Schlomo Leib si schiera con la prima. Menachem Mendel con la seconda. Rabbi Yaakov David si limita a sorridere”.

In queste diverse risposte, antitetiche o sagacemente ammiccanti, risiedono la varietà e la complessità del pensiero chassidico.

Il racconto nella cultura chassidica – nelle sue molteplici forme dell’aforisma, dell’agiografia, della parabola – “lungi dall’essere forma di intrattenimento o una narrazione favolistica, assume un significato rituale” (D. Leoni, “I maestri del chassidismo”, Città Nuova, 1993, pag. 8).

I chassidim parlano di tre “Indumenti dell’Anima” cioè di tre modi in cui Dio entra nel mondo: il pensiero, la parola per l’appunto e l’azione.

Essi sono collegati tra loro, consecutivi perché “il pensiero porta alle parole che portano all’azione”.

La purificazione dell’Anima è l’obiettivo di ogni vita spirituale e ciò che la sporca è l’egoismo.

Data questa concatenazione, la pulizia di un Indumento influisce sugli altri.

Per procedere alla purificazione della propria anima, non bisogna iniziare con il pensiero ma procedere a ritroso con le proprie azioni (pagg. 66-67).

La concretezza delle azioni è quindi sempre presente nei racconti, così come lo è nei brevi commenti che seguono (quasi un’esegesi morale del testo che in realtà ne amplifica il significato):

Lo stile di vita chassidico tiene sempre presente il mondo. Il nostro compito non è evadere da questo mondo ma santificarlo. Come? Trattando ogni cosa con il massimo rispetto e con considerazione e non ignorando l’aspetto fisico, nemmeno nelle cose spirituali” (pag.170).

Tutto ciò anche quando la concretezza si esprime nel corpo:

“Noi non siamo il nostro corpo.- il che non vuol dire che il nostro corpo non sia noi. […] Se finiamo con l’identificarci totalmente con il nostro corpo, siamo spaventati dalla nostra mortalità. Se rifiutiamo il corpo, siamo spaventati dai nostri desideri fisici. Il punto di equilibrio sta nel rispettare il corpo senza esserne ossessionati” (pag.133).

Così come non siamo i nostri sentimenti o non siamo i nostri pensieri, in maniera totalizzante e univoca.

Il punto di equilibrio è provarli o riconoscerli senza esservi attaccati eccessivamente.

Emerge qua e là un certo misticismo o gnosticismo e un’idea precisa della realtà dove “Dio è l’essenza stessa della realtà” (pag. 107), infinito e senza confini, e non separato da alcuna cosa.

Anche l’esilio va inserito in quest’ottica: “la nostra sensazione di esilio non è una punizione, ma un’errata interpretazione del dono dell’unicità”.

Aggiungendo: “Ci vengono concesse sia l’unità che la diversità. La sfida sta nel vedere la seconda come una manifestazione della prima” (commento al racconto “La salvezza, ora”, pag. 129).

Questo misticismo raggiunge delle vette quasi poetiche quando è espresso con argomentazioni tipiche della cultura ebraica o cabalistica.

La parola ebraica che esprime “niente”, ad esempio, è ayn che è anche uno dei nomi cabbalisti di Dio, che è così il “Nulla” che dà origine a tutte le cose.

La cabbala è centrata sull’importanza delle parole e quando parole diverse sono composte dalle stesse lettere, si ritiene che condividano un’unità.

Orbene la parola “Io” in ebraico è anì (quindi contiene le lettere alefnun e yod) che ha le stesse lettere diayn.

La lettera yod – che per la cabbala rappresenta la consapevolezza – può essere o alla fine cioè all’esterno della parola, come in anì o in mezzo alla parola, come in ayn.

Pertanto, quando la consapevolezza si trova all’esterno, sarà l’”Io” a emergere; se la consapevolezza invece è all’interno (come in ayn), allora sarà Dio a essere presente.

L’uomo è al contempo l’Io esteriore e il Nulla interiore e “la sfida sta nel vedere il Niente nell’altro quando siamo anì; e il sé nel Niente quando siamo ayn” (commento al Racconto “Niente”, pag.103).

Una religiosità, quella chassidica, che si solleva e dimora sul crinale instabile del nichilismo: “Non fate conto su niente e le vostre fondamenta saranno salde” (pag. 197).

I racconti della raccolta curata dal rabbino Rami Shapiro sono davvero troppi per poterne citare solo alcuni, senza causare ingiustizia o forzare la volontà secondo un puro e particolarissimo gusto personale.

Mi prendo soltanto la licenza di riassumere il racconto intitolato “Evitare il fango” (pag. 108).

Due Rabbi dovevano affrontare un viaggio, ma mentre Rabbi Meir se ne stava su un carretto malandato tirato da due cavalli pelle e ossa, Rabbi Ysrael si avviava su una lussuosa carrozza tirata da due possenti stalloni.

Quest’ultimo rimprovera il primo perché era da incoscienti affrontare il viaggio in quelle condizioni: la carrozza avrebbe rischiato di finire bloccata in una pozzanghera di fango, e con quei miseri cavalli non avrebbe potuto liberarsi facilmente.

Rabbi Meir risponde invece che a rischiare sarebbe stato proprio Rabbi Ysrael con i suoi robusti cavalli.

Questo perché mentre lui – avendo coscienza della debolezza del proprio mezzo di trasporto – sarebbe stato molto attento a evitare il fango, Rabbi Ysrael viceversa, per la (falsa) sicurezza di riuscire a liberarsi, avrebbe commesso qualche leggerezza e sarebbe rimasto prima o poi bloccato in una pozzanghera.

La storia può essere letta secondo diversi aspetti.

Nel commento che segue il racconto, si suggeriscono due linee interpretative: una legata al significato delle parole e l’altra alle ricchezze.

Nel primo caso, la storia racconterebbe dell’accortezza che si dovrebbe avere per l’impatto delle paroleprima che siano pronunciate, che eviterebbe situazioni incresciose da cui invece dovrà liberarsi, non senza difficoltà, chi viceversa non riflette su ciò che dice.

Nel secondo caso, la ricchezza, derivante da diligenza e previdenza (affrontare il viaggio con una carrozza affidabile e con robusti cavalli), permette di avere sempre la forza di uscire fuori dal fango in cui accadrà di trovarsi.

Insomma, in questi racconti c’è un mondo.

Descritto in maniera semplice, con spiegazioni sottilmente moralistiche o mistiche, ma sempre lineari, limpide, profondamente religiose o meglio spirituali.

Un libro che si può leggere indipendentemente (e ci tengo a sottolineare questo aspetto) dall’essere o meno credenti, dall’essere o meno ebrei, perché è un libero e arguto girovagare attorno al sentiero della saggezza.

Saggezza che si trova stabilmente sullo sfondo di tutti i racconti; così fondamentale da richiedere, se necessario, – come ne “Il valore della saggezza” – il sacrificio di una maledizione e la violazione di un segreto o di una promessa.

E di saggezza ce n’è davvero tanta nel libro, pur riuscendo – cosa non facile quando si eccede in quantità – a non scadere in facili ovvietà o luoghi comuni.

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