La giusta disobbedienza di Thoreau

Strano tipo questo Thoreau: per due anni esatti (incominciando dal giorno della Dichiarazione di Indipendenza americana cioè il quattro di luglio) visse in perfetta solitudine per due anni, giusto il tempo di dimostrare con il libro “Walden ovvero la vita nei boschi” come l’uomo può vivere con pochi mezzi in mezzo alla natura.
Thoreau però è famoso anche per aver scritto un altro piccolo saggio, un classico del libero pensiero: “Sulla disobbedienza civile”.
Si legge in poco tempo e contiene alcuni spunti di riflessione interessanti e direi ancora attuali e meritevoli di una approfondita lettura critica.

 Thoreau attacca subito frontalmente il problema: i governi governano bene solo se governano poco; meglio ancora se non governano affatto.
Questo dovrebbe bastare per considerarlo un anarchico, cosa però che Thoreau si premura di smentire e chiarire già nelle prime pagine: “non chiedo l’abolizione del governo ma un governo migliore”.
Il ragionamento che segue è piuttosto chiaro e si può riassumere in questo: i governi dovrebbero soltanto mirare al giusto, se non viene raggiunta questa giustizia il singolo individuo cittadino può anzi deve agire affinchè ci sia giustizia, anche con la disobbedienza alle leggi in vigore.
Non sono le leggi che decidono cosa è giusto o meno, ma la libera coscienza e il buon senso.
In questo ricorda l’illuminista e ateo barone d’Holbach che ha pure scritto un libro con il titolo “Il buon senso”.
Anche se la giustizia appartiene ad una minoranza di persone non smette di essere giustizia e si dovrebbe fare di tutto per renderla effettiva.
Thoreau incitava (era stato anche arrestato per questo) ad una disobbedienza non violenta, e colpisce come la sua lotta si sia concentrata per l’abolizione della schiavitù, cosa oggi ritenuta ingiusta in maniera ipocritamente scontata.
Si chiede Thoreau quasi ossessivamente in più punti della sua “disobbedienza civile” come si può appoggiare uno Stato che mira ad una politica di espansione (gli Stati Uniti stavano cercando, nel periodo del saggio, di conquistare il Messico) e che ammetteva appunto la schiavitù.
Con quale diritto questo Stato deve costringere i singoli individui ad appoggiare queste politiche moralmente riprovevoli e ingiuste?
Il problema di Thoreau è che la disobbedienza si trova in bilico su un confine morale tra bene e male non ben definiti.
Ci sono infatti almeno due ordini di problemi teorici irrisolti.
Il primo riguarda la differenza che si verrebbe a creare tra un individuo che rispetta delle leggi, in particolare il pagamento delle tasse, e un altro individuo che ritiene di non pagarle perché ritenute ingiuste.
Lo Stato infatti mette in essere dei comportamenti e delle redistribuzioni di reddito che determinerebbero un vantaggio per i soggetti che, disobbedendo civilmente, evitano dei doveri ricevendone in cambio dei diritti.
A questo punto si creerebbe una disparità di trattamento che potrebbe generare una ulteriore disobbedienza, in una catena assurdamente ingiusta nel suo complesso per la comunità.
L’altro problema riguarda la specificità di ogni individuo.
Ognuno di noi ha un’idea e un sistema di pensiero, derivante in parte dall’ambiente in cui vive e in parte dall’istruzione ricevuta, che possono essere estremamente diversi da un soggetto all’altro.
Ciò che è giusto e il valore del diritto (sulle leggi) diventa quindi una valutazione troppo individuale e quindi il passo per un radicale caos è breve e non auspicabile.
Per non dire che quando non è sorretta dall’onestà del singolo diventa un’arma a doppio taglio e si rischia di considerare un comportamento scorretto (non pagare le tasse ad esempio non perché lo si ritiene ingiusto ma per avere un personale vantaggio economico) come una lotta per il buon senso e per l’illuminata coscienza della giustizia, mentre si tratterebbe soltanto di una meschina furberia di cittadini poco onesti.

E’ il buon senso che dovrebbe prevalere e diffondersi ma tutti i cittadini posseggono la capacità di riconoscere il senso di giustizia, universale e eternamente valido?
L’affermarsi dei diritti umani come universali ossia validi nello spazio geografico e nel tempo è un processo di progressiva coscienza dei popoli o solo una illuminata/illuministica visione di pochi di cui la moltitudine prende soltanto atto?

Dalla lettura critica del saggio sulla disobbedienza civile emerge anche dell’altro e alcune pagine sembrano scritte per l’Italia di oggi, in particolare i brani che criticano in maniera diretta o indiretta la democrazia:

“Persino votare per ciò che è giusto è come non fare nulla per esso: significa soltanto esprimere debolmente il desiderio che ciò che è giusto prevalga. Un uomo saggio non lascia il giusto alla mercé del caso né desidera che esso si affermi attraverso il potere della maggioranza. C’è pochissima virtù nell’azione di masse di uomini. Quando alla fine, la maggioranza voterà per l’abolizione della schiavitù sarà perché o la schiavitù non gli interessa più o ne sarà rimasta molto poca da abolire”.

“La democrazia come oggi la conosciamo è realmente la forma di governo più progredita possibile? E’ forse impossibile fare un passo avanti, verso il riconoscimento e l’organizzazione dei diritti dell’uomo?

La fiducia verso l’individuo per Thoreau è fondamentale e lo Stato dovrebbe riconoscerlo quasi come un “buon vicino” e non condannarlo come ha fatto invece con John Brown, un antischiavista che aveva assaltato un arsenale per darlo agli schiavi.
Un uomo che, dice Thoreau in un discorso in sua difesa, “avrebbe pronunciato una parola greca sbagliandone gli accenti ma avrebbe raddrizzato un uomo che stesse per cadere”.
Un uomo a cui Thoreau rivolge le stesse splendide parole che vogliamo rivolgere a lui: “era un esemplare umano troppo nobile per rappresentare la media degli uomini”.

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