L’individualismo di Alain Laurent

Alain Laurent ha scritto diversi libri sul fenomeno dell’individualismo, tra cui questa sorta di prezioso compendio, ” Storia dell’individualismo “, meritevole di un’attenta valutazione critica e, nel contempo, di un invito alla lettura, com’è nel pieno spirito di questo blog.

L’individualismo oggi è considerato l’essenza della modernità e della cultura occidentale, eppure, come scrive Alain Laurent nell’introduzione, non tutti attribuiscono lo stesso significato a questo termine (anche Max Weber scrisse: “il termine individualismo comprende le nozioni più eterogenee”).

Esso si contrappone innanzitutto al concetto di olismo cioè all’Uno-tutto (detto anche collettivismo) per il quale esistono entità, come i gruppi e le società, che agiscono da super-individuo, da organismo che vincola i singoli membri a modelli e valori che ne assicurano l’esistenza.
Le leggi, la tradizione, la religione, la solidarietà sociale, l’organizzazione gerarchica e corporativa (quanto non il potere politico autoritario) sono le caratteristiche che più si ritrovano nella società olistica o società tribale o chiusa, come la definiva Karl Popper.
In Grecia, periodo in cui Alain Laurent riconosce il muoversi dei primi passi dell’individualismo, anche lo stoicismo di Seneca non usciva da questo orizzonte olistico.

Pur parlando di “tornare a se stessi”, di “ricerca del governo di sé”, in realtà rimaneva ancorato al concetto di saggezza concepita in relazione al “rendersi utile alla comunità” o al “non dimenticare di essere parte di un tutto”.

Individuare dunque un significato univoco all’individualismo non è affatto semplice.
Hayek dirà che:
nessun altro termine politico ha avuto una storia più tormentata di quella dell’individualismo“.
E difatti una delle prime analisi di Laurent riguarda proprio la ricerca di una definizione del termine individualismo, depurata possibilmente da quella sorta di alone negativo che sembra circondarlo.

L’individualismo, dice Alain Laurent, significa concepire l’individuo come essere autonomo e indipendente, capace di vivere e agire in prima persona e non come cellula di un organismo sociale.

Esso può assumere diversi aspetti: da quello politico, al diritto di proprietà, all’economia di mercato, alla libera associazione, alla libertà dei costumi.
Aspetti molto diversi tra loro che, se da un lato dimostrano l’estrema complessità del fenomeno, dall’altro hanno contribuito a creare una certa confusione e discredito.

Non si può confondere l’individualismo con il personalismo e l’egoismo.

Frédéric Bastiat, uno dei primi pensatori che utilizza in senso positivo il termine individualismo, scriverà:
proprio quando sono mossi dal proprio interesse, gli uomini cercano di avvicinarsi, di combinare gli sforzi, di lavorare gli uni per gli altri, di rendersi servizi reciproci, di associarsi“.

Eppure il senso negativo e egoistico dell’individualismo è costantemente presente in diversi periodi della sua storia, tanto che a metà del libro Laurent scrive:
la storia dell’individualismo è anche quella del rifiuto di cui è stato fatto oggetto“,
analizzando cosi anche l’anti-individualismo e ripercorrendo temporalmente quasi tutte le tappe già analizzate da una diversa prospettiva.

Questo modo di procedere, giusto per fare una piccola critica metodologica, rompe un po’ la linearità dell’analisi storica-temporale su cui è improntato il libro e, a mio parere, sarebbe stato più coerente affrontare l’anti-individualismo all’interno degli altri capitoli.

Al di là di questa piccola annotazione, il libro presenta, come indicato da Matteucci nella prefazione, una “scaltra metodologia” che è anche il suo pregio.
Innanzitutto distingue tre piani diversi di lettura: un piano storico, un piano politico e un piano sociologico.
In secondo luogo, la grande padronanza di una sterminata letteratura, fatta di colte citazioni e di un ampio numero di pensatori.
In terzo luogo l’ampio arco storico dell’analisi delle concezioni individualiste: dalla Grecia ai tempi moderni, passando per il periodo illuminista.

Da Locke in poi l’individuo assume una sua dignità separata dal gruppo o dallo Stato e in parte anche dalla religione: il diritto naturale di ciascun essere umano di agire liberamente non deve essere “sacrificato” allo Stato ma soltanto “affidato” contrattualmente per essere garantito e protetto.

Compito del singolo individuo sarà uscire dallo “stato di minorità” cioè dall’incapacità “di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro” (come dice Immanuel Kant nella sua celebre definizione dell’Illuminismo).

La stessa Dichiarazione dei diritti dell’uomo non fa che riproporre l’impostazione lockiana.
Contiene però in sé il germe dello stesso anti-individualismo, quella “volontà generale” in nome della quale si arriverà alla repressione e alla violenza del periodo del Terrore.

Durante l’Illuminismo la rivendicazione dell’individualismo assume dei connotati anti-religiosi (l’ésacrez l’infame volteriano), sottolineando appunto la necessità di ritrovare la libertà di coscienza individuale anche nel campo delle credenze religiose.
Sarà però soltanto nell’Ottocento che si definisce meglio il concetto di individualismo, e non è un caso che lo stesso termine sarà utilizzato per le prime volte proprio in questo periodo.
Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill , Benjamin Constant, Hebert Spencer si preoccupano di difendere l’individuo dallo Stato.
Ma l’argomento assume anche diverse prospettive: Soren Kierkegaard impegna l’individuo spiritualmente nei confronti della mediocrità delle masse; Max Stirner con il suo dissacratorio Unico cerca di coniugare l’individualismo con l’egoismo, “inteso come ricerca positiva da parte dell’individuo del proprio interesse”; Friedrich Nietzsche, con il suo elitario e aristocratico superomismo, si pone invece in una posizione intellettuale a margine, ritenendo l’individualismo una sorta di fratello minore della “volontà di potenza”.
Il periodo successivo, in particolare secondo Alain Laurent dal 1925 al 1975, segna “un’egemonia ‘polifonica’ volta a privilegiare il collettivo”, che porterà al totalitarismo e alle nefandezze delle guerre mondiali.
Oppure a posizioni fortemente individualiste quali quelle di Ayn Rand, autrice del best- seller ” La fonte meravigliosa ” in cui teorizza che “l’indipendenza è il solo metro con cui si possa misurare l’uomo” e “l’obbligo morale più importante dell’uomo è compiere ciò che desidera a condizione, prima di tutto, che quel desiderio non dipenda da altri”.
Oppure sempre in America (che non ha mai conosciuto un vero e proprio anti-individualismo) con l’anarco-capitalismo propugnatore del laissez faire del libero mercato e il rifiuto dello statalismo.
Da questo periodo di anti-individualismo si arriva comunque a tempi più moderni, passando dalla scuola austriaca di L. von Mises e F. von Hayek, dove la caratteristica principale è la diffusione generalizzata alle masse dei diritti individuali (“non più un’ideologia ma un modo di essere comune a tutti”, dirà il sociologo Henri Mendras, ingiustamente poco conosciuto in Italia) e dove l’individuo indipendente diventa centrale, in tutti i campi, compreso quello economico.

Questo, sostiene Alain Laurent nella parte finale del libro, comporta il rischio attuale e futuro di una formalizzazione e di un conformismo dell’individuo (David Riesman parla di periodo other- directed) in cui il problema centrale non diventa più la garanzia della sfera intoccabile dei singoli individui, che viene ritenuta dai più una sorta di conquista indiscutibile del progresso umano, ma la garanzia di una sostanziale indipendenza e autonomia dell’individuo.

Dovremmo interrogarci, dice Alain Laurent, “in un senso più profondo, se tutti gli esseri umani hanno la vocazione di diventare indipendenti e di esercitare e godere della propria sovranità” e se tutti vogliono davvero evitare “le sabbie mobili della massificazione edonista”.

Un pericolo assolutamente reale e da non sottovalutare.

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