La in-dubbia moralità di Seneca

La prima cosa che colpisce dei Dialoghi di Seneca (letti questa estate nella versione Einaudi che comprende tutti gli scritti morali di questo autore) è la loro straordinaria attualità.
Seneca, da buon autore classico, non merita una lettura critica, ma diverse riletture, critiche o meno che siano: come Diderot penso che sia riuscito a descrivere quanto necessario per vivere una vita serena e saggia.

Naturalmente ben diversa è l’applicazione pratica di questi precetti e molti infatti hanno criticato Seneca proprio su questo punto, in particolare sottolineando il contrasto tra le ricchezze personali possedute con la stoica regola del non attaccamento ai beni terreni.
Per non parlare poi del fatto che sia stato tutore e insegnante di un autore quantomeno discusso come Nerone.

Tutte queste critiche del tipo “predica bene ma razzola male” mal si addicono a mio avviso a qualsiasi autore, la cui vita dovrebbe essere sempre tenuta separata dalle opere.

L’immortalità di un autore è data principalmente dal suo pensiero.
Anche se, detto ciò, è chiaro che una coerenza di fondo, se non esalta, sicuramente serve a mantenere una affidabilità e una rigorosità che altrimenti non possederebbe e quindi necessaria per una visione più corretta e completa, soprattutto quando si parla di moralità.

Seneca mantiene comunque una sua coerenza che travalica questa barriera “fisiologica” e lo rende più che autorevole, anche alla luce della vita moderna e con questo incarnando a pieno titolo la figura di autore classico da non perdere.

Questo in particolare lo si nota ne “La tranquillità dell’animo” o ne “La brevità della vità” in cui dichiara che una delle cose da evitare…
è l’affaticarsi inutilmente o senza necessità; dobbiamo rinunciare ad aspirare a quanto non possiamo ottenere; e anche a quello che, una volta raggiunto dopo tanti sforzi, risulterà vano: la fatica non deve essere inutile e il risultato deve essere proporzionato all’impegno“, in cui mette in guarda appunto “dall’agitazione frenetica che fa correre continuamente

ed esorta a non legarsi alle cose terrene:
non si lasci corrompere l’uomo, nè dominare, dalle cose esterne, ma ammiri solo se stesso, si fidi del proprio coraggio, sia pronto ad ogni evenienza, artefice della propria vita

e esorta alla virtù che deve fare da guida al nostro cammino… “anche il godimento eccessivo nuoce; nella virtù non v’è da temere nessun eccesso perchè ha in sè il proprio limite“, in questo allontandosi (ammirandolo e criticandolo insieme) Epicuro.

Ho letto tra l’altro nell’Introduzione che è studiato in molte Business Schools e in effetti è indubbia l’utilità del messaggio di Seneca anche per molte attività manageriali.

In primis tuttavia rimangono delle lezioni di vita imperdibili, dove la virtù e la saggezza si espandono per tutto il testo in maniera quasi naturale, come due fari costantemente accesi a illuminare un percorso mentale semplice, diretto, universale.

Siamo tutti schiavi del destino: qualcuno è legato con una lunga catena d’oro, altri con una ben stretta e di vile metallo. Ma che importa? Siamo tutti prigionieri…[…] tutta la vita è schiavitù“.

Nessuno ti restituirà i tuoi anni, nessuno ti renderà un’altra volta te stesso. La vita proseguirà la strada per cui si è avviata, senza fermarsi nè tornare indietro. E lo farà in silenzio, senza rumore, senza nulla che t’avverta della sua velocità. Non c’è ordine di re nè volontà di popolo che possa prolungarla; correrà com’è partita il primo giorno, senza deviazioni nè soste. Cosa accadrà? Tu sei affacendato, ma la vita ha fretta: intanto arriverà la morte e per lei, tu lo voglia o no, il tempo dovrai trovarlo“.

Una lettura da assaporare, anche criticamente, più volte, come si leggono certi libri tipo la Bibbia cristiana o il Corano per un musulmano o ancora più propriamente come la Torah per un ebreo.

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