La modernità di Einaudi tra mercato e cultura

Se si vuole avere un’idea del funzionamento del mondo editoriale moderno non si può prescindere da quello che è considerato come una sorta di classico del settore: il libro di Severino Cesari, basato su un lungo e articolato colloquio con Giulio Einaudi, figlio tra l’altro dell’ex presidente della Repubblica italiana.

Merita senz’altro la sua “fama” tra gli addetti ai lavori…in particolare celebre è la sua distinzione, tutt’ora valida, tra “editoria si” e “editoria no”.

“Editore si” è chi  “invece di andare incontro al gusto del pubblico introduce nella cultura le nuove tendenze della ricerca in ogni campo, letterario artistico scientifico storico sociale, e lavora per fare emergere gli interessi profondi”.

Oggi più che mai questa distinzione assume un certo valore.

Il mondo editoriale è pieno di best seller, di libri vetrina, di autori letti e pubblicizzati solo perchè apparsi in tv, di vera e propria spazzatura culturale. E’ evidente che si sta creando un’editoria rivolta ad un pubblico superficiale, incapace di avere una forte identità culturale, con conoscenze basiche abbastanza diffuse da un lato e dall’altro con un progressivo decadimento nella profondità di queste conoscenze. Un sapere dunque più ampio rispetto al passato (almeno in quantità, con chiaroscuri difficili da decifrare) e poco o pochissimo in qualità, dove l’impegno è bandito, l’approssimazione regna incontrastata e il marketing diventa l’anima non soltanto per le letture più frivole, ma anche per quelle più sofisticate. Il processo è inevitabile e destinato ad acuirsi. In un mondo sempre più saturo di informazioni la necessità primaria diventa la ricerca e la selezione di queste informazioni.

In futuro sarà determinante la conoscenza più di quanto lo sia mai stata, la globalizzazione è soprattutto un fenomeno di accessibilità, intesa sia come consapevolezza e opportunità sia come scelta e rapidità di selezione. Questa accessibilità sarà sempre più un processo faticoso e potrà essere un elemento di distinzione sociale e individuale con cui fare i conti e che diventerà sempre più difficile da controllare.

Non basta però limitarsi ad analizzare il fenomeno considerando soltanto la sua ineluttabilità, ma in qualche modo occorre affrontarlo, con realismo e lucidità.

Economicamente acquista una propria identità come fenomeno di mercato da sfruttare; socialmente invece, pur avendo un aspetto di inquietante semplificazione (con conseguente facilità di essere sfruttato dal potere di turno) rappresenta un’opportunità, utilizzato con serietà e intelligenza.

In questo senso il “fiuto” editoriale di Einaudi è singolarmente un passo in un futuro oggi presente: Einaudi fa cultura quando era ancora possibile farla senza essere un vero imprenditore e poi dimostra una rara capacità di saperla fare anche quando diventa imprescindibile essere l’uno e l’altro.

Emerge una figura di un imprenditore, attento da un lato alla profittabilità, ma dall’altro alla cultura come impegno sociale: un editore puro e moderno. Impegnato tra l’altro, soprattutto nei primi anni della casa editrice, anche politicamente: apertamente schierato, almeno agli esordi, a favore del comunismo, quando questo era il sogno per un mondo più giusto; con grosse difficoltà di coscienza, quando questo sogno divenne un pretesto per “pressioni” autoritarie.

La prima sorpresa è la presenza nella casa editrice di tantissimi scrittori che hanno fatto grande l’azienda e l’Italia: Leone e Natalia Ginzburg, Calvino, Pavese, Vittorini, Bobbio. Autori presenti e attivamente impegnati in prima persona nel progetto editoriale: se si immagina lo scrittore come una persona solitaria, intenta soltanto a scrivere e a presentare le sue opere, con questo libro si ha la certezza che esiste un altro tipo di scrittore, più attento alle dinamiche, anche economiche, del fare cultura.

Oggi l’editoria è questo mix di ingredienti che pochi ancora sono in grado di comprendere appieno, trascinati dall’idea, insieme romantica e utopistica, di un “fare cultura” all’interno di un mercato economico e a prescindere da esso: cosa piuttosto complicata visto che seguono principi diversi, spesso antitetici.

Esplode in questo una tipica questione economica: è l’offerta a creare la domanda o viceversa? E’ il mercato che segue l’impresa o il contrario? La risposta non è semplice, ma Einaudi in questo è chiaro: “ho bisogno dei best seller perchè questi mi permettono di poter avere un catalogo rigoroso e valido”. Detto in altre parole: mi interesso di cultura perchè riconosco la sua funzione sociale, ma per fare questo ho bisogno di sfruttare i meccanismi del mercato.

Una grande lezione di realismo e di straordinaria combinazione del proprio lavoro/profitto con la propria visione di progresso sociale. Chissà se oggi gli editori possiedono anche parzialmente questa visione e se agiscono con questa idea di fondo oppure se, al contrario, “vedono” il prodotto editoriale solo come una delle tante merci da sfruttare economicamente!

Un altro aspetto da sottolineare riguarda una concezione democratica del fare impresa: con le riunioni del mercoledi i libri si concretizzavano e diventavano prodotto compiuto, si esprimevano preferenze nel rispetto delle singole personalità, si creavano collane, riviste. Mi colpisce il fatto che Einaudi dichiari che “con queste riunioni ritorno a fare l’editore“: da un lato dimostrando, ancora una volta, un certo fastidio quando era costretto a fare l’imprenditore puro, dovendosi occupare di banche e di soldi, dall’altro la consapevolezza del ruolo sociale dell’attività svolta e la passione vera verso i libri.

Una passione vera che lo ha portato a creare e sviluppare una delle più grandi case editrici italiane, con una propria identità, con i propri pregi e difetti, ma con una missione chiara e semplice: essere impresa che cerca di produrre profitti, ma nel vasto e multiforme universo del sapere umano, dove ogni uomo è ciò che legge, ciò che vive e ciò con cui si confronta.

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