L’Homo Bulla di La Mettrie

homo bulla-grotziusQuis evadet?”, chi può sfuggire? Così recita l’epigrafe di un famoso quadro di Goltzius (qui accanto riprodotto) che raffigura un putto appoggiato a un teschio che, un po’ mestamente, fa le bolle; gioco che tutti abbiamo sperimentato nella nostra infanzia.

Chi può sfuggire alla morte, al nostro destino di durare quanto una bolla di sapone?

L’Homo Bulla è un’immagine ricorrente nell’arte e in diversi autori: affascina perché c’è leggerezza, precarietà, inconsapevolezza dell’effimero:
“non posso osservare quei bambini che con una cannuccia e con del sapone sciolto nell’acqua si divertono a fare quelle belle bolle colorate, che il fiato dilata così prodigiosamente, senza paragonarli alla natura. Mi sembra che la natura prenda come fanno loro, senza pensarci, i mezzi più semplici per operare…Un po’ di fango, una goccia di muco formano l’uomo e l’insetto; e la minima parte di movimento è stata sufficiente per far funzionare la Macchina del Mondo”.

Julien Offroy de la Mettrie (1709-1751) scriveva ciò ne “Il sistema di Epicuro” che Il Minotauro ha tradotto nel 1994 con “Il sogno di Epicuro”.

Un breve libricino, intenso, dove c’è tutto La Mettrie, la sua filosofia, l’anticonformismo, il materialismo e anche le sue contraddizioni.

Sebbene fosse conosciuto per il suo libertinismo, scrisse di sé: “sempre nemico dichiarato della dissolutezza, quanto amico della voluttà  [… ] tutto dedito a questo affascinante miscuglio di saggezza e di follia, che affilandosi l’una con l’altra rendono la vita più piacevole e in qualche maniera più piccante”.
Nella sua opera maggiore, “L’uomo macchina” sostiene che l’uomo non è altro che corpo, le nostre sensazioni e la nostra anima, come qualsiasi principio immateriale, non esiste indipendentemente da questo.
Anche ne “Il sogno di Epicuro” sostiene che “procrastinare i divertimenti fino all’inverno dei propri anni, è come attendere di mangiare a un banchetto fino a quando è stato sparecchiato” (pag. 53).

Egli giustifica questo estremo materialismo perfino come antidoto all’odio verso l’uomo:
“Sapete perché prendo ancora in considerazione i casi degli uomini? Perché penso seriamente che siano delle macchine. Nell’ipotesi contraria ne conosco pochi per cui la società fu degna di stima. Il materialismo è l’antidoto alla misantropia” (pag. 31).

Provocatorio fino all’eccesso, La Mettrie pagò a caro prezzo questa libertà di idee e dovette non solo fuggire dall’Olanda (accolto a Berlino da Federico il Grande) ma anche accollarsi la disapprovazione di pensatori del calibro di Voltaire, Diderot e perfino di D’Holbach che di provocazioni sicuramente non era un novello.

Nel “Sistema di Epicuro” ipotizza una mutazione della specie per eliminazione degli individui non adatti (siamo ben prima del darwinismo) e soprattutto che l’uomo abbia avuto origine dagli animali.
La sua critica arriva anche al concetto di uomo come Essere intelligente, tanto caro alla religione (di cui scriverà: “la religione è necessaria soltanto per coloro che non sono in grado di sentire l’umanità”, pag. 48).
In particolare, non ne vedeva il nesso consequenziale:
“Poiché la facoltà di pensare non ha altra risorsa che quella di vedere, di intendere, di parlare, di riprodursi, non vedo che assurdità ci sia nel far provenire un essere intelligente da una causa cieca. Quanti bambini estremamente spirituali ci sono, i cui genitori sono perfettamente stupidi e imbecilli!” (pag.18)

L’homo bulla di La Mettrie si riflette nella sua particolare concezione della natura:

“Noi siamo nelle mani della natura, come un pendolo in quello dell’orologiaio; ella ci ha impastato come ha voluto, o piuttosto come ha potuto; seguendo l’impulso dei movimenti primitivi che ci governano, non siamo più colpevoli che il Nilo delle sue inondazioni e il mare delle sue burrasche”. (pag. 34)

Essa “si prende gioco della nostra ragione, facendoci sostenere ad oltranza un’opinione orgogliosa”(pag.19); in sostanza “ha prodotto nella macchina dell’uomo un’altra macchina, che si è adattata a trattenere le idee e a fabbricarne delle nuove, come nella donna questa stessa matrice da una goccia di liquido dà vita a un bambino. Avendo fatto, senza vedere, degli occhi che vedono, essa ha fatto, senza pensare, una macchina che pensa” (pag.17).

Inevitabile quindi le riflessioni sulla morte che ritengo siano la parte più interessante del libro.
Visto che l’intervallo che separa la vita dalla morte non è che un punto, un filo, si può affermare – dice La Mettrie – che la Ragione non ha generato che un folle (pag.34-35), perché il solo “temere la morte è un supplizio” (pag.39).

Essa, e con essa la vita, in fondo è la rappresentazione di una farsa teatrale:
“la morte è la fine di tutto; dopo di lei, lo ripeto, un abisso, un nulla eterno; tutto è detto, tutto è fatto; uguale la somma dei beni e quella dei mali: non più preoccupazioni, non più intoppi; non c’è più nessun personaggio da rappresentare: la farsa è andata in scena, Rabelais (pag.45).

“Il solo pronunciare la morte fa fremere” gli uomini, ma si chiede La Mettrie: “il passare da qualche cosa a niente, dalla vita alla morte, dall’Essere al Nulla, è dunque più inconcepibile del passaggio dal niente a qualche cosa, dal Nulla all’Essere, o alla vita? No, non è meno naturale; e se è più violento, è nondimeno necessario” (pag. 37).

Per alcuni La Mettrie è stato precursore anche delle scienze cognitive, ma al di là dei suoi meriti e dei suoi difetti, ritengo sia un errore non leggerlo o sottovalutarlo.
Era un filosofo illuminista a tutti gli effetti, anche per la fiducia che nutriva nei confronti della filosofia:
“ho avuto il coraggio di dimenticare ciò che ebbi la debolezza di apprendere; tutto è eliminato (che felicità!), tutto è cancellato, tutto è estirpato fino alla radice: è la grande opera della riflessione e della filosofia; essa sola può sradicare l’infatuazione e seminare il buon grano nei solchi che l’erba cattiva occupava” (pag.41).

Consapevole però dell’inutilità e dei limiti dell’agire umano: probabilmente per questo non compreso dagli altri philosophes. Non a caso scrisse in un momento di autocritica:
“Che follia è mettere in prosa, magari mediocre, ciò che in bei versi è appena sopportabile? E quanto è stolto perdere in vane ricerche un tempo, ahimè!, così breve, e molto meglio impiegato nel goderlo che nel conoscerlo” (pag.60).

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