Edgar Morin e la sua testa ben fatta

Il titolo del libro di Morin deriva da una frase di Montaigne: “E’ meglio una testa ben fatta piuttosto che una testa ben piena” e vuole sottolineare che l’importanza della cultura e dell’educazione non risiede nella mera accumulazione quantitativa dei saperi, ma nel determinare un’attitudine generale a porre e trattare i problemi, nel saperli collegare e organizzare.
L’autore affronta il legame tra vita e educazione e propone, come dice il sottotitolo del libro, una riforma dell’insegnamento e una riforma del pensiero: un tema sicuramente interessante ma controverso soprattutto quando entra nella sua fase realizzativa.

Imparare a vivere richiede non solo conoscenze, ma la trasformazione, nel proprio essere mentale, della conoscenza acquisita in sapienza e l’incorporazione di questa sapienza per la propria vita“.

Spesso mi capita, in effetti, di rimanere sconcertato e amareggiato nel vedere molte persone mediamente istruite, con una cultura di base accettabile, che presentano lacune piuttosto significative, per non dire livelli di incomprensione del mondo che li circonda, assolutamente umilianti.

In questi casi, tutt’altro che eccezioni, il dubbio sulla qualità dell’istruzione e l’importanza di una riforma emerge in tutta la sua necessità.

Questo per Morin non implica una conoscenza concepita come affermazione netta e precisa, anzi con un concetto quasi nietzschiano afferma che: “Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza“.

Anche la storia, dice questo ebreo serfadita, serve a questo: riconoscere il carattere aleatorio del destino umano.
L’esaltazione del dubbio è sintomo di lucida intelligenza e di coscienza delle proprie capacità: dote ancora oggi poco diffusa e soprattutto poco valorizzata nella società e nelle scuole.

Per effettuare qualsiasi riforma della cultura e quindi dell’educazione, bisogna partire naturalmente dalla scuola, dove si forma appunto l’individuo in tal senso.

L’autore affronta brevemente quello che dovrebbero essere gli scopi dei diversi livelli di istruzioni: primaria, secondaria e universitaria.
Qui però Morin risulta un po’ superficiale.
La primaria dovrebbe mirare a far apprendere la conoscenza cioè ad analizzare e a sintetizzare insieme, a individuare le connessioni tra causa ed effetto.
Interessante il consiglio di osservare e conoscere i media, la necessità cioè di comprendere il funzionamento degli strumenti principali di conoscenza da parte degli stessi utilizzatori, di capire il meccanismo che sta dietro al trattamento delle immagini filmiche e televisive.
La scuola secondaria invece dovrebbe essere il luogo dell’incontro della cultura umanistica con la scientifica, evitando blocchi contrapposti che fanno perdere lo sguardo generale sul mondo che ci circonda.
L’università, a sua volta, riprendendo un pensiero di Humboldt, non deve avere come vocazione diretta una formazione professionale (adatta alle scuole tecniche) bensì una vocazione indiretta, attraverso la formazione di un’attitudine alla ricerca.
Deve mirare all’autonomia della coscienza e al primato della verità sulla utilità.
Morin e Humboldt affermano in altre parole che…

E’ un errore sottostare alla pressione sovra-adattativa che spinge a conformare l’insegnamento e la ricerca alle domande economiche, tecniche, amministrative del momento”.

Pressione sovra-adattiva sulla cultura che oggi sembra quasi essere diventata un pre-giudizio che sovraintende a tante, se non tutte, politiche istruttive dell’Italia e non solo, quanto non è parte essa stessa della cultura predominante, come nel caso americano.

Alla fine Morin, per avere una “testa ben fatta”, propone una Riforma complessiva, conscio del vicolo cieco di una riforma delle istituzioni che richiede una riforma delle menti che peró a sua volta richiede la riforma delle istituzioni: un serpente che si morde la coda, insomma.
Per non parlare poi della necessita contestuale di riformare anche la società e la scuola.

Il compito spetta principalmente agli educatori a cui è richiesta competenza, ma soprattutto passione, tecnica, arte.
Il loro compito deve permettere di contestualizzare e globalizzare le menti e prepararli alla crescente complessità della vita.
Un problema è l’iperspecializzazione: occorre un riaccorpamento polidisciplinare intorno a un nucleo organizzatore sistemico (ecologia, scienze della Terra, cosmologia). L’eccessiva specializzazione divide, separa, crea muri insormontabili, fatti di linguaggi propri e teorie ripiegate su se stesse.

In un mondo destinato sempre più alla globalizzazione, allo scambio, alla diversità, non avere un approccio globale, aperto è un danno enorme e crea egoismi di parte, che escludono individui o società dalla dinamica globale dello sviluppo.

Un pensiero capace di non rinchiudersi nel locale e nel particolare, ma capace di concepire gli insieme, sarebbe adatto a favorire il senso della responsabilità e il senso della cittadinanza“.

Concludo con una delle sue frasi più belle.

Sta discutendo del soggetto, del suo essere individuo distinto e pur comune alla società, un’entità che “non è un’essenza, ma neppure illusione” e che oscilla quindi tra “l’egocentrismo assoluto e l’abnegazione assoluta”:

L’individuo soggetto rifiuta la morte che lo inghiotte, ma è tuttavia capace di offrire la vita per le sue idee, per la patria e per l’umanità. Ecco la complessità stessa della nozione di soggetto“.

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Una risposta a Edgar Morin e la sua testa ben fatta

  1. dario lodi ha detto:

    Interessante l’impegno intellettuale del redattore. L’idealismo di Morin è ben raffigurato.

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